L'ultimo bacio

scritto da ele_rubi
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Storia di Silvia e della sua decisione.
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Testo: L'ultimo bacio
di ele_rubi

Silvia aveva trent’anni esatti e gestiva un ristorante in una vecchia cascina della Bassa, in mezzo ai campi. Di giorno serviva tortelli, salumi, arrosti e bottiglie di Lambrusco. Il sabato sera spostava i tavoli, accendeva le luci colorate e il ristorante diventava un disco pub, con la musica abbastanza alta da impedire alle persone di sentire quello che non volevano sentirsi dire.

La cascina era rimasta quasi uguale a quando era stata costruita. I muri spessi, le travi scure, il cortile con la ghiaia e un vecchio pozzo chiuso da una lastra di ferro. D’estate la gente beveva fuori, d’inverno si accalcava nelle sale interne, dove il caldo faceva appannare i vetri e l’odore dei fritti si mescolava al profumo dolciastro dei cocktail.

Silvia conosceva quasi tutti. Sapeva chi era sposato, chi aveva appena divorziato, chi veniva a bere dopo il turno in fabbrica e chi si presentava ogni sabato con una camicia diversa per impressionare una donna che non lo guardava mai. Conosceva i gusti dei clienti abituali, le loro storie e le versioni aggiornate delle stesse storie.

I genitori erano morti quando lei frequentava le superiori. Dopo, era cresciuta con i nonni e con Valerio, suo fratello, che aveva imparato a cavarsela a modo suo. Silvia, invece, aveva imparato a fare tutto: le telefonate, le commissioni, le pratiche, i conti, le riparazioni urgenti e quelle che potevano aspettare. Aveva imparato a non pretendere che qualcuno si accorgesse di quello che mancava.

Adesso il ristorante era suo, o almeno lo era nella misura in cui una persona può possedere qualcosa che le occupa quasi tutte le giornate. Aveva le chiavi, i fornitori da pagare, il personale da organizzare e un elenco di lavori da fare che si allungava più velocemente di quanto riuscisse a smaltirlo.

Valerio passava spesso il sabato sera. Si sedeva al bancone, ordinava una birra e rimaneva lì anche quando avrebbe potuto tornare a casa. Non lavorava nel locale. Era un cliente, come gli altri, anche se ogni tanto entrava in cucina a prendere qualcosa da mangiare e Silvia gli urlava dietro di non toccare niente.

Quella sera era arrivato verso le dieci, quando la sala aveva già cominciato a riempirsi.

«Hai mangiato?», gli aveva chiesto lei.

«Sì.»

«Cosa?»

«Una piadina.»

«Allora non hai mangiato.»

Gli aveva messo davanti un piatto con due fette di salame e del pane. Valerio aveva cominciato a mangiare senza ringraziarla, come faceva da quando erano ragazzi.

Silvia era dietro il bancone con Noemi, l’altra barista, che lavorava con lei soprattutto nei fine settimana. Preparavano cocktail, riempivano bicchierini, raccoglievano bicchieri vuoti e versavano shottini di colori diversi: verdi, blu, rossi, gialli. I clienti li ordinavano in fila, li bevevano facendo smorfie e poi chiedevano il giro successivo.

Silvia beveva insieme a loro.

Non sempre, ma abbastanza spesso da non riuscire più a ricordare quando avesse cominciato a farlo con quella frequenza. All’inizio le piaceva l’idea di stare in mezzo alla gente senza sentirsi obbligata a intrattenere nessuno. Poi era diventata una consuetudine. Il sabato sera, quando la musica partiva e il locale si riempiva, le sembrava che il lavoro fosse meno pesante se anche lei si lasciava trascinare.

Quando un cliente le piaceva, non si faceva molti problemi. Ballava con lui, gli metteva le braccia intorno al collo, lo baciava. Baci lunghi, con la lingua, senza preoccuparsi troppo di chi stesse guardando. Poi si staccava, gli sorrideva e tornava a preparare i cocktail.

A volte il cliente rimaneva lì, con l’espressione soddisfatta di chi avesse appena ottenuto qualcosa che desiderava da tempo. Altre volte si allontanava per raccontarlo agli amici.

Silvia non faceva promesse e non chiedeva niente. Il lunedì, nella maggior parte dei casi, non ricordava neppure con precisione come si chiamassero.

Noemi era più cauta. Anche lei beveva, ballava e qualche volta baciava qualcuno, ma tendeva a fermarsi prima che la situazione diventasse troppo evidente. Se Silvia era capace di baciare un uomo davanti a tutta la sala, Noemi preferiva portarlo fuori, vicino alle macchine, dove almeno non c’erano cinquanta persone pronte a commentare.

«Tu sei malata», le aveva detto una volta.

«Di cosa?»

«Di uomini.»

Silvia aveva riso.

«Meglio che essere malata di lavoro.»

Noemi non aveva risposto. Lavorava con lei da abbastanza tempo da sapere che, quando Silvia scherzava in quel modo, era meglio lasciarla stare.

Da qualche settimana, comunque, Silvia aveva cominciato a pensare che forse era arrivato il momento di cambiare.

Non aveva un piano preciso, ma aveva individuato una soluzione. Si trattava di un uomo che frequentava il locale, uno di quelli che non avevano bisogno di farsi notare troppo. Era più grande di lei di qualche anno, aveva un lavoro stabile, una macchina costosa e vestiti che gli cadevano addosso come se fossero stati scelti da qualcuno che sapeva cosa fare. Veniva spesso con amici, ma quando la vedeva si fermava sempre a parlarle. Le chiedeva come andasse il ristorante, se fosse stanca, se avesse mai pensato di prendersi qualche giorno di vacanza.

Una volta le aveva detto che avrebbe dovuto lasciarsi aiutare.

Silvia aveva riso, ma la frase le era rimasta in testa.

Lui le piaceva abbastanza. Non da farle venire voglia di baciarlo ogni volta che lo vedeva, ma da non dispiacerle l’idea di trovarselo accanto al risveglio. Aveva una casa bella, almeno da quello che le aveva raccontato, e probabilmente non passava le notti a chiedersi se il frigorifero del ristorante avrebbe retto fino al mattino.

Silvia aveva cominciato a immaginare una vita con lui.

Avrebbe smesso di bere tutti quei bicchierini. Avrebbe smesso di baciare uomini che il giorno dopo non si ricordavano neanche di averla conosciuta. Si sarebbe messa con lui, avrebbe sistemato le cose del ristorante, forse avrebbe trovato qualcuno a cui affidarne una parte. Poi si sarebbero sposati.

Non aveva ancora parlato seriamente con quell’uomo, ma nella sua testa il matrimonio era già stato deciso.

Ema aveva la sua stessa età. Erano entrambi del 1986 e si erano conosciuti la settimana prima, quando il Dedo, un vecchio compagno di scuola di Silvia, lo aveva portato al locale.

Quella sera, erano rimasti al ristorante fino a tardi. Avevano cenato nella saletta, poi erano venuti al bancone a parlare con Silvia.

Avevano cominciato con una discussione sui cartoni animati.

Ema sosteneva che i Cavalieri dello Zodiaco fossero superiori a qualsiasi altra serie della loro infanzia. Silvia diceva che non aveva senso discutere con uno che probabilmente non aveva mai visto nemmeno una puntata di Candy Candy.

«Candy era una sfigata», aveva detto lui.

«Candy era una ragazza piena di risorse.»

«Piangeva sempre.»

«Perché le succedeva di tutto.»

«Anche a me succedono delle cose, ma non vado in giro a piangere.»

«Tu piangi solo quando perdi a calcetto,» aveva rivelato il Dedo.

Ema si era stretto nelle spalle.

Avevano parlato delle sorprese degli ovetti Kinder, dei giochi che si rompevano dopo due giorni, delle collezioni di figurine che non riuscivano mai a completare. Silvia ricordava il portachiavi di Italia ‘90, col calciatore fatto di cubi.

Ema, invece, non si toglieva dalla testa dei pupazzetti di gomma colorata con le forme delle creature mitologiche.

Poi erano arrivati ai biscotti del Mulino Bianco.

A quel punto il Dedo aveva iniziato a sentirsi di troppo e se n’era uscito a fumare.

«Avevano tutti lo stesso sapore», aveva detto Silvia.

«Non è vero.»

«Sì che è vero. Cambiava solo la forma.»

«Le Macine erano diverse.»

«Perché c'era la panna.»

«E ti sembra poco?»

Avevano riso per una sciocchezza del genere molto più di quanto fosse ragionevole.

A un certo punto Silvia si era accorta che non stava più controllando l’orologio. Non pensava ai tavoli da sparecchiare, alle fatture che doveva sistemare, al conto del fornitore di bevande.

Ema le raccontava episodi insignificanti della sua infanzia, lei gliene restituiva altri, e ogni ricordo ne portava con sé uno nuovo.

Non dovevano spiegarsi niente. Bastava nominare una cosa perché l’altro sapesse già di che cosa stesse parlando.

Quando lui era andato via, Silvia era rimasta a guardare la porta per qualche secondo.

Sapeva che Ema era fidanzato. La sua ragazza era bellissima (era famosa in città), una di quelle che attiravano l’attenzione anche solo entrando in una stanza, senza dire niente.

Valerio ne parlava spesso e, quando la trovava in giro, diventava improvvisamente più gentile, più disponibile, proprio come un ragazzino alle prime armi.

Silvia se n’era accorta da tempo.

Non aveva mai pensato seriamente, però, a chi fosse il suo fidanzato.

Poi lo aveva conosciuto. Per caso.

Quella notte, mentre chiudeva la cassa, Silvia aveva deciso che Ema sarebbe stato il suo ultimo bacio.

Il sabato sera successivo il locale era pieno già prima di mezzanotte.

Le luci colorate scivolavano sulle travi del soffitto, la musica faceva vibrare i bicchieri sugli scaffali e nel cortile le auto erano parcheggiate fino al cancello. Ogni tanto qualcuno apriva la porta per uscire a fumare e una folata d’aria fredda attraversava la sala, portando per qualche secondo l’odore della terra bagnata.

Silvia aveva bevuto il primo shottino poco dopo le undici. Il secondo glielo aveva offerto un ragazzo che veniva spesso con gli amici. Il terzo lo aveva preparato Noemi, mettendole davanti un bicchierino verde.

«Questo sa di detersivo», aveva detto Silvia dopo averlo bevuto.

«Allora non berlo.»

«Ormai è tardi.»

«È sempre così che finisci nei guai.»

Silvia aveva riso e le aveva dato un bacio sulla guancia, prima di indossare un grande cappello bianco da cowboy.

Poco dopo aveva ballato con un ragazzo alto, con i capelli rasati e una camicia nera. Lui le aveva messo una mano sulla schiena, lei gli aveva preso il viso fra le mani e l’aveva baciato. Il ragazzo sembrava sorpreso, ma aveva ricambiato con entusiasmo.

Dopo qualche secondo Silvia si era staccata.

«Adesso devo lavorare.»

«Ci vediamo dopo?»

«Se sei ancora qui.»

Era tornata dietro il bancone, aveva preparato due gin tonic e raccolto i bicchieri vuoti lasciati da un gruppo di donne ormai più che mature.

Il ragazzo era rimasto a guardarla per un po’, poi si era allontanato.

Noemi l’aveva osservata mentre tagliava una fetta di limone.

«Quello ti piaceva?»

«Abbastanza.»

«E allora?»

«E allora niente.»

«Tu sei strana.»

«Lo so.»

Verso mezzanotte e mezza Ema era entrato col Dedo. Aveva una camicia chiara, le maniche arrotolate fino ai gomiti e i capelli un po’ spettinati. La sua ragazza non c’era.

Silvia lo aveva visto quasi subito, ma non era andata da lui. Aveva continuato a lavorare, anche se per qualche minuto si era accorta di controllare dove fosse.

Ema aveva salutato Valerio, in partenza per uno dei suoi vagabondaggi notturni, poi si era seduto a un tavolo e aveva ordinato una birra.

Ogni tanto i loro sguardi si incontravano.

Niente di particolare. Lui le sorrideva, lei ricambiava. Non c’era nessun segnale che avrebbe potuto giustificare quello che Silvia aveva deciso di fare.

Eppure, nella sua testa, il programma era chiarissimo.

Avrebbe aspettato il momento giusto. Gli avrebbe chiesto di ballare. Lo avrebbe baciato. Poi sarebbe tornata al bancone e la questione sarebbe finita lì.

Non aveva intenzione di chiedergli se la sua ragazza fosse al corrente delle sue intenzioni, né di fargli promesse. Non voleva portarselo a casa, non voleva convincerlo a lasciare nessuno.

Voleva soltanto baciarlo.

La cosa le sembrava così semplice che quasi si stupiva di non averla fatta prima.

Poco dopo l’una, mentre Noemi preparava una serie di shottini per un gruppo di ragazzi, Silvia vide Ema alzarsi dal tavolo e dirigersi verso il bancone.

«Ciao», disse lui.

«Ciao.»

«Sei viva?»

«Per ora.»

Ema guardò i bicchieri allineati davanti a lei.

«Quanti ne hai bevuti?»

«Non sono affari tuoi.»

«Quindi tanti.»

«Quindi non sono affari tuoi.»

Lui rise.

Silvia gli preparò una birra e gliela spinse davanti. Ema prese il bicchiere, ma non se ne andò.

«Ti ricordi del discorso dell’altra sera?», le chiese.

«Quale?»

«Quello sui biscotti.»

«Ah! Quello!»

«Dobbiamo assolutamente dire qualcosa riguardo ai Galletti. Ma quanto erano buoni?»

«Erano una droga!»

«Dio… sì.»

«Erano i tuoi preferiti?»

Ema ci pensò.

«Le Macine non le batte nessuno.»

«Ecco. E io dovrei fidarmi di uno che preferisce le Macine ai Galletti?»

«Beh, potevo sempre essere un fan dei Tarallucci!»

«Dilettante.»

«Dilettante io? Vediamo se ti ricordi questi, “esperta”: che mi dici delle Tortorelle?»

Silvia scoppiò a ridere. Dovette appoggiarsi al bancone per non rovesciare una bottiglia.

«Mi arrendo.»

«Vedi? Ora sai chi comanda.»

Rimasero a parlare per qualche minuto, finché un cliente non chiamò Silvia per ordinare. Lei si allontanò, preparò due cocktail, incassò e tornò da Ema.

Lui era ancora lì.

«Balli?», gli chiese.

Ema guardò la sala, poi lei.

«Adesso?»

«No, a Natale.»

Lui sorrise e le porse la mano.

Silvia uscì da dietro il bancone e lo seguì fra la gente.

La musica era cambiata. Un pezzo che conoscevano entrambi, una canzone che avevano sentito migliaia di volte durante l’adolescenza, quando le feste cominciavano presto e finivano prima che qualcuno avesse davvero voglia di tornare a casa.

Ema le mise una mano sulla vita. Silvia gli passò le braccia intorno al collo.

Ballarono senza parlare, avvicinandosi poco alla volta. Lui le disse qualcosa all’orecchio, ma la musica coprì le parole.

«Cosa?», gli gridò Silvia.

«Ho detto che sei brava!»

Lei rise.

«Anche tu!»

«Sicuramente meglio che parlare di biscotti, non trovi?»

Silvia lo guardò in faccia.

Ema smise di parlare.

Per un momento rimasero così, abbastanza vicini da sentire il respiro dell’altro. Silvia pensò alla sera del loro incontro, alle risate sul bancone, al pupazzo dell’ovetto Kinder di cui non ricordavano più il nome. Pensò ai guai del locale, al suo programma di matrimonio con un tizio col quale non era ancora uscita, al fatto che il giorno dopo avrebbe dovuto telefonare al commercialista.

Poi pensò che stava perdendo tempo.

Gli prese il viso fra le mani e lo baciò.

Ema rimase immobile, appena il tempo di capire che cosa stesse succedendo. Poi la strinse a sé e ricambiò il bacio.

Silvia lo baciò a lungo, senza fretta, con la stessa naturalezza con cui aveva baciato altri uomini quella sera. Soltanto che questa volta non si staccò subito. Sentiva le mani di Ema sulla schiena, la musica che le passava attraverso il corpo, il sapore della birra sulle sue labbra.

Ema non pensò alla sua fidanzata. Non pensò al fratello di Silvia, che forse era tornato e li stava guardando. Non pensò neppure al giorno dopo.

Quando si separarono, lui la fissò con un’espressione enigmatica.

«Silvia…»

«Dimmi.»

Lui aprì la bocca, ma non disse niente.

Lei gli sorrise.

«Non devi dire niente.»

Gli diede un altro bacio, più breve, poi gli sistemò il colletto della camicia, che si era piegato durante il ballo.

«Adesso vado a lavorare.»

Ema la guardò allontanarsi.

Silvia attraversò la sala senza voltarsi. Tornò dietro il bancone, si levò il cappello da cowboy e prese in mano uno shaker.

«Com'è andata?», le chiese Noemi.

«Cosa?»

«Non fare la scema.»

Silvia mise il ghiaccio nello shaker.

«Bene.»

«Solo bene?»

«Benissimo.»

Noemi la studiò per un istante, poi sorrise.

«Sei ubriaca.»

«Può darsi.»

«E domani?»

Silvia aggiunse il gin, il succo di limone e lo sciroppo. Chiuse lo shaker e cominciò a scuoterlo a tempo di musica.

«Domani mi sposo.»

Noemi scoppiò a ridere.

«Con chi?»

«Con uno.»

«Ah, be’. Allora siamo a posto.»

Silvia versò il cocktail nel bicchiere e lo consegnò al cliente che aspettava. Poi prese un altro ordine.

Non era una battuta del tutto nuova. Da qualche settimana raccontava a Noemi che avrebbe messo la testa a posto, che avrebbe smesso di bere, che prima o poi avrebbe sposato qualcuno con un lavoro stabile e abbastanza soldi da non dover contare ogni spesa. Lo diceva ridendo, come se stesse parlando di un viaggio che avrebbe potuto prenotare da un momento all’altro.

Quella notte, però, lo pensava davvero.

Dall’altra parte della sala, Ema era tornato al tavolo del Dedo. Non la guardava più, o forse lo faceva quando lei era impegnata a servire. Silvia non cercò di scoprirlo. Aveva da fare.

Poco dopo le due, Valerio fu di ritorno.

«Hai visto Ema?»

«Sì.»

«Dov'è?»

Silvia indicò il tavolo con un cenno del mento.

Valerio guardò nella direzione che gli aveva indicato. La ragazza di Ema era arrivata da poco e si era seduta accanto a lui. Gli aveva messo una mano sulla spalla e gli stava dicendo qualcosa all’orecchio.

Ema si era voltato verso di lei, sorridendo.

Valerio rimase a guardarli.

«È proprio bella», disse.

Silvia prese un bicchiere pulito.

«Già.»

«Secondo te stanno bene insieme?»

«Non lo so, Vale.»

Lui rimase ancora qualche secondo a osservare il tavolo, poi si allontanò per andare a fumare.

Silvia lo seguì con lo sguardo. Avrebbe potuto dirgli quello che era successo (e forse qualcuno glielo avrebbe raccontato), ma non ne vedeva il motivo. Non era un segreto che avesse intenzione di custodire per sempre; semplicemente, non aveva niente da aggiungere.

Alle tre e mezza la sala cominciò a svuotarsi. I clienti pagavano, si infilavano le giacche e uscivano nel cortile, dove le auto erano coperte da un velo di umidità. La musica continuava, ma ormai si sentivano le voci di chi salutava e le sedie spostate sul pavimento.

Noemi raccolse i bicchieri rimasti sui tavoli.

«Hai bevuto troppo», disse.

«Sì.»

«Domani starai male.»

«Probabile.»

«E il tuo matrimonio?»

Silvia si mise a ridere.

«Quello è confermato.»

«Sei completamente scema.»

«Lo so.»

Noemi le lanciò uno strofinaccio. Silvia lo prese al volo e cominciò a pulire il bancone.

Quando tutti se ne furono andati, rimasero accese soltanto le luci sopra il banco e quelle del cortile. La cascina, senza la musica e le voci, sembrava più grande. Dai campi arrivava un odore di terra umida e letame, quello che Silvia sentiva ogni volta che tornava a casa nelle notti d’estate.

Valerio era ancora fuori, appoggiato alla sua macchina. Silvia gli disse che era ora di andare. Lui le rispose che sarebbe rimasto ancora un minuto.

Lei chiuse la porta del locale e controllò due volte la serratura.

Aveva trent’anni esatti. Il ristorante l’aspettava il giorno dopo, con i fornitori, i conti e le cose che si rompevano sempre nel momento sbagliato. Aveva un uomo che le faceva la corte, un fratello che si innamorava di donne irraggiungibili e una collega che la considerava un caso clinico.

Aveva bevuto troppo, probabilmente, e avrebbe dormito male.

Ma quella sera aveva baciato ancora.

Non se ne pentiva.

Si infilò il cappotto, raggiunse Valerio e gli disse di salire in macchina.

«Dove andiamo?», chiese lui.

«A casa, scemo.»

Valerio salì senza discutere.

Silvia mise in moto.

Nel cortile i fari illuminarono per un istante il vecchio pozzo, le pietre del muro e le finestre buie della cascina. Poi la macchina imboccò la strada fra i campi.

Il giorno dopo avrebbe ricominciato a fare progetti. Avrebbe telefonato al suo spasimante, magari gli avrebbe proposto una cena. Avrebbe continuato a pensare al matrimonio, a una casa più comoda, a una vita in cui non fosse sempre lei a dover decidere tutto.

Forse ci sarebbe riuscita.

Per quella notte, però, non aveva bisogno di sapere come sarebbe andata a finire.

Aveva baciato Ema, e le era piaciuto.

Il resto poteva aspettare.

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